L’ Europa sta vivendo una svolta decisiva nella protezione dei minori online. Seguendo l’esempio pionieristico dell’Australia, due tra le maggiori nazioni dell’Ue hanno recentemente formalizzato misure drastiche.
La prima è la Francia.
A fine gennaio 2026, l’Assemblea Nazionale ha approvato un disegno di legge che fissa il limite a 15 anni. Il Presidente Macron ha dichiarato con fermezza:
«Il cervello dei nostri figli non è in vendita alle piattaforme»,
fissando l’obiettivo di rendere il divieto operativo entro il prossimo anno scolastico.
La seconda è la Spagna. Pochi giorni fa (3 febbraio), il premier Pedro Sánchez ha annunciato l’intenzione di vietare l’accesso ai social media (inclusi TikTok, Instagram e Grok) ai minori di 16 anni, definendo l’attuale ambiente digitale come un «Far West» dove le leggi vengono ignorate.
In un’epoca di iper-connessione, la domanda non è più se la tecnologia faccia parte della nostra vita, ma se i nostri figli abbiano le difese biologiche e psicologiche per gestirne l’impatto. Studi recenti e l’evidenza clinica concordano: il cervello di un adolescente non è progettato per l’esposizione costante ai social media.
Lo sviluppo cerebrale è una «macchina» vulnerabile: la neuroscienza ha dimostrato che il cervello umano completa la sua maturazione verso i vent’anni.
Negli adolescenti, la corteccia prefrontale (responsabile del controllo degli impulsi e del giudizio critico) è ancora in fase di sviluppo, mentre il sistema dopaminergico (legato alla ricompensa) è estremamente reattivo.
I social producono due principali effetti.
- Dipendenza biochimica: i «mi piace» e le notifiche generano picchi di dopamina che il cervello giovane non sa regolare, creando un meccanismo di dipendenza simile a quello delle sostanze stupefacenti.
- Alterazione cognitiva: l’uso intensivo dei social riduce l’attività nelle aree dedicate alla memoria a lungo termine e alla concentrazione profonda, favorendo una frammentazione dell’attenzione che danneggia l’apprendimento. Esiste poi il peso insostenibile legato dell’esposizione pubblica.
A differenza delle generazioni passate, gli adolescenti di oggi vivono sotto una lente d’ingrandimento perenne. L’adolescenza è il momento in cui si costruisce il proprio «Io». Farlo in una vetrina pubblica significa legare il proprio valore personale alla validazione altrui (like, visualizzazioni, commenti). La continua esposizione a modelli di vita e corpi irrealistici distorce la percezione della realtà, portando a disturbi dell’immagine corporea, ansia sociale e senso di inadeguatezza.
Tutto ciò si lega alla fragilità di fronte alla critica pubblica. Subire un giudizio negativo a 14 anni non è come subirlo a 30. Un commento d’odio o una critica pubblica possono essere devastanti per un sistema emotivo ancora fragile. I minori non possiedono ancora gli «anticorpi» psicologici per ignorare il cyberbullismo o la disapprovazione digitale, che percepiscono come un attacco totale alla propria esistenza. Il trauma di una critica pubblica non si esaurisce fuori da scuola; segue il minore in camera sua, nel suo letto, 24 ore su 24, eliminando ogni spazio sicuro per il recupero emotivo.
Limitare l’accesso ai social ai minori di 16 anni non significa isolarli, ma garantire loro il diritto a una crescita protetta. È necessario che le famiglie, la scuola e le istituzioni collaborino per restituire ai ragazzi il tempo della vita reale, della noia costruttiva e delle relazioni non intermediate da un algoritmo.
La sfida principale è superare l’inefficacia delle attuali «autocertificazioni» (semplici caselle da spuntare). La proposta di monitoraggio si basa su tre pilastri:
- Eudi Wallet (l’Identità Digitale Europea - Wallet - permetterà una verifica dell’età anonima e sicura tramite crittografia);
- Age Assurance Biometrica (sistemi di stima dell’età tramite analisi dei tratti somatici senza riconoscimento facciale nominativo);
- Responsabilità delle Piattaforme (sanzioni severe per le Big Tech che non implementano «barriere reali» anziché semplici disclaimer).
A questa si unisce in modo imprescindibile la necessità di una formazione per i genitori e per tutti gli operatori del sistema scolastico per formare ad un uso consapevole di questi strumenti. Non daremmo mai le chiavi di un’auto a un bambino; è tempo di chiederci perché stiamo dando loro le chiavi di un sistema globale che non sono pronti a guidare.